La reencarnación como problema de la población: perspectivas, evidencia y debate

Como ya se mencionó, nuestro cuerpo y nuestra mente son entidades distintas y, por lo tanto, aunque el cuerpo se desintegre después de la muerte, el continuo mental permanece intacto.

En el caso de los seres ordinarios, en lugar de liberarnos de nuestras penas, la muerte solo nos trae nuevos sufrimientos.

Cuando nos dormimos, nuestros aires internos burdos se reúnen y disuelven en nuestro interior y nuestra mente se vuelve cada vez más sutil, hasta que se manifiesta la mente muy sutil de la luz clara del dormir.

Cuando esto sucede, experimentamos el sueño profundo y, externamente, parece como si estuviéramos muertos.

Después, nuestra mente se va haciendo otra vez más burda y pasamos por los diferentes niveles del estado del sueño.

Finalmente, al recuperar la memoria y el control mental, nos despertamos.

Cuando nos morimos, ocurre un proceso similar.

Al morir, los aires internos se disuelven en nuestro interior y nuestra mente se vuelve cada vez más sutil, hasta que se manifiesta la mente muy sutil de la luz clara de la muerte.

Cuando la luz clara de la muerte cesa, experimentamos las etapas del estado intermedio o bardo en tibetano, que es como un estado onírico que ocurre entre la muerte y el renacimiento.

Pasados unos días o unas semanas, el estado intermedio cesa y, entonces, renacemos.

Al despertar de un sueño, el mundo onírico desaparece y percibimos el mundo del estado de vigilia.

Una delle domande più semplici, e proprio per questo più difficili da aggirare, riguarda la reincarnazione buddhista: se mille anni fa gli esseri umani erano qualche centinaio di milioni e oggi siamo più de ocho mil millones, come può esistere un ciclo di rinascite?

Da dove arrivano tutti questi nuovi individui?

È una domanda che molti appassionati della cultura buddhista si sono posti almeno una volta.

È una domanda razionale.

Il problema nasce da un’idea molto comune: immaginiamo la reincarnazione come un numero fisso di anime che, después de la muerte, entrano in nuovi corpi.

Se fosse così, l’aumento della popolazione umana sarebbe un’obiezione quasi definitiva.

Se gli stessi individui spirituali si reincarnano continuamente, dovremmo avere grosso modo sempre lo stesso numero di esseri umani.

Invece non è così.

Quando si parla di buddhismo, bisognerebbe distinguere tra reincarnazione e rinascita.

Il termine che spesso viene usato in ambito buddhista è punabbhava in pāli, o punarbhava in sanscrito, cioè “rinascita”, “nuovo divenire”.

Qui entra in gioco una delle dottrine centrali del buddhismo: anattā in pāli, o anātman in sanscrito, cioè il “non-sé”.

Secondo questa visione, non esiste un io permanente, autonomo, immutabile, separato dal flusso dei fenomeni.

Nel buddhismo, dunque, non dovrebbe reincarnarsi un’anima nel senso sostanziale del termine.

No passa da una vita all’altra un “me” identico a sé stesso.

Questa immagine è spesso usata per spiegare la rinascita buddhista: la seconda fiamma non è la stessa della prima, ma non è neppure del tutto separata da essa.

Da un punto di vista filosofico, è una risposta interessante.

Evita l’idea grossolana di un’anima che trasmigra come un oggetto da un contenitore all’altro.

Ma non risolve tutti i problemi.

Nella cosmologia buddhista, il mondo umano è soltanto uno dei possibili stati di esistenza all’interno del saṃsāra, il ciclo delle nascite e delle morti.

I nomi tradizionali sono importanti: deva, asura, manuṣya, tiryagyoni, preta, naraka.

In una lettura letterale, tuttavia, la risposta buddhista è questa: se oggi nascono più esseri umani, significa che più correnti karmiche stanno maturando una rinascita umana provenendo da altri regni di esistenza.

In questo modo, l’aumento della popolazione non distrugge tecnicamente la dottrina buddhista della rinascita.

Il punto, però, è un altro.

Qui la questione non è più razionale in senso stretto.

È metafisica.

Un buddhista tradizionale potrebbe sostenere che questa obiezione nasce da una visione troppo materialista e limitata dell’esistenza.

Questo accade in molti sistemi religiosi.

Quando un problema razionale mette in crisi un elemento dottrinale, spesso la risposta consiste nell’allargare il campo oltre ciò che può essere verificato e si da del materialista a chi vuole affrontare il problema.

Non ci sono abbastanza anime umane?

Allora esistono altri regni.

Non vediamo questi regni?

Sono invisibili.

Non possiamo verificarli?

Nel buddhismo tibetano esiste il sistema dei tulku, cioè maestri riconosciuti come rinascite di precedenti maestri spirituali.

Dopo la morte di un maestro, si cercano segni, sogni, indicazioni, presagi.

Vengono individuati bambini possibili candidati.

E è qui che, secondo me, la distinzione raffinata tra “non c’è anima” e “c’è solo una continuità causale” diventa molto meno convincente.

Perché nella pratica non sembra più soltanto una fiamma che ne accende un’altra.

Sembra proprio che una coscienza personale sia passata da un corpo a un altro.

Il bambino non viene trattato come una semplice conseguenza karmica impersonale.

Naturalmente, un buddhista colto potrebbe rispondere che non si tratta di un’anima eterna, ma di un continuum mentale.

Potrebbe usare espressioni come “flusso di coscienza” o “continuità karmica”.

Se un bambino viene identificato come la rinascita di un maestro, educato come tale, circondato da adulti che gli attribuiscono quel ruolo e guidato a riconoscersi in una storia precedente, non siamo più davanti a un semplice rischio di condizionamento.

Siamo davanti a una vera e propria manipolazione della mente infantile, che può segnare un’intera esistenza e renderla tutt’altro che libera.

Quando un bambino molto piccolo viene “pescato dal mucchio”, riconosciuto come reincarnazione di un maestro e inserito dentro un sistema religioso già strutturato, possiamo davvero parlare di libera manifestazione spirituale?

Un bambino è estremamente influenzabile.

Se una comunità intera gli dice: “tu sei questo maestro rinato”, se gli viene raccontata una storia, se attorno a lui si crea aspettativa, venerazione, pressione simbolica, egli finisce per abitare quella narrazione.

No sirve immaginare malafede.

Basta il peso della cultura, del desiderio collettivo, dell’autorità religiosa e della suggestione.

Anche i test di riconoscimento degli oggetti della vita precedente possono essere problematici.

Se il bambino sceglie l’oggetto giusto, questo viene interpretato come prova.

Molti sistemi religiosi funzionano così: gli elementi favorevoli a sostenere una verità di fede vengono considerati conferme, quelli contrari vengono riassorbiti in spiegazioni secondarie.

Va ricordato che Gautama Buddha non lasciò testi scritti di suo pugno.

Esattamente come avvenne per Gesù, gli insegnamenti attribuiti a lui furono tramandati oralmente e solo in seguito messi per iscritto da comunità posteriori.

C’è poi un altro aspetto, spesso trascurato: il sistema delle reincarnazioni non è soltanto spirituale.

Riconoscere un bambino come rinascita di un maestro significa garantire continuità a una linea di trasmissione, a un monastero, a una scuola, a una rete di discepoli, a un patrimonio simbolico e materiale.

Nel buddhismo tibetano questo è evidente.

Il riconoscimento di una reincarnazione può avere conseguenze religiose, economiche, politiche e diplomatiche.

Questo non significa che tutto sia falso o manipolato.

Lo stesso discorso vale, naturalmente, per il cristianesimo.

Il buddhismo non è un’eccezione.

Nel cristianesimo abbiamo il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno.

Se li leggiamo come stati interiori, la questione diventa profonda.

L’inferno può essere la condizione di chi vive nell’odio, nella paura, nella separazione, nella colpa.

Il paradiso può essere la condizione di chi vive nella pace, nella carità, nella riconciliazione.

Letti così, questi simboli hanno forza.

Parlano dell’umano.

Parlano di come viviamo, di come coltiviamo la mente, di come produciamo sofferenza o liberazione già in questa vita.

Ma se vengono trasformati in geografia ultraterrena, in luoghi oggettivi dove si finisce dopo la morte in base a un giudizio invisibile, allora entriamo di nuovo nel campo dell’indimostrabile.

Ognuno è libero di crederci, ma non sono aspetti dimostrabili.

La credenza e la realtà forse sono aspetti che vanno trattati su piani diversi.

La stessa cosa vale per i regni buddhisti.

Il naraka può essere letto come uno stato mentale infernale.

Il regno dei preta può rappresentare la fame insaziabile del desiderio.

Il regno animale può simboleggiare l’ignoranza istintiva.

Il regno dei deva può indicare una condizione piacevole ma ancora impermanente.

Il buddhismo è straordinariamente forte quando parla di duhkha, cioè sofferenza, insoddisfazione, attrito esistenziale.

È forte quando parla di impermanenza, anicca.

È forte quando mostra quanto l’io sia costruito, fragile, mutevole.

Il buddhismo diventa più fragile quando pretende di descrivere letteralmente ciò che accade dopo la morte.

Lì non siamo più davanti a una pratica verificabile interiormente, ma a un sistema di credenze.

Posso osservare il sorgere di un pensiero.

Posso vedere come nasce un attaccamento.

Posso verificare che il desiderio produce agitazione.

Posso constatare che l’io è instabile.

Ma non posso verificare nello stesso modo che, después de la muerte, rinascerò en otro cuerpo, en otro regno o en otra dimensión.

Posso certamente percepirlo interiormente, hasta farne una mia verità intima e personale.

Questo, però, non mi autorizza a presentarla come una realtà universale che tutti dovrebbero accettare per fede.

Ancora meno mi autorizza a considerare cieco o espiritualmente insensible chi não la reconhece como tal.

In quel caso, infatti, sto assolutizzando il mio sentire personale e lo sto trasformando in una legge valida per tutti.

Per questo molti buddhisti moderni preferiscono interpretare l’idea di rinascita in modo “psicologico”.

In ogni momento muore una configurazione mentale e ne nasce un’altra.

Ogni abitudine produce conseguenze.

Ogni azione modifica il nostro modo di essere.

Ogni pensiero alimentato prepara il pensiero successivo.

Questa lettura è molto più difendibile anche contro le critiche di una mente razionale e materialista.

Se vivo nell’ira, rinasco continuamente nell’ira.

Se vivo nella paura, rinasco nella paura.

Se coltivo attenzione, lucidità e compassione, creo condizioni diverse.

In questa prospettiva, la liberazione, il nirvāṇa, non è un premio ultraterreno, ma la cessazione di un modo distorto di stare al mondo.

È una lettura moderna?

Alcuni direbbero di sì.

Il punto critico, dunque, non è la presenza di immagini religiose.

La ragione e la critica non distruggono la spiritualità.

Chiedere come sia possibile conciliare la rinascita con l’aumento della popolazione non è una domanda stupida.

Chiedere se il sistema dei tulku non comporti anche forme di indottrinamento infantile non è una domanda irrispettosa.

Alla fine, la reincarnazione buddhista può essere difesa in diversi modi.

Può essere spiegata come rinascita e non come trasmigrazione dell’anima.

Può essere collegata alla dottrina del non-sé, anattā.

Può essere inserita nella cosmologia del saṃsāra, con i suoi molti regni di esistenza.

Il buddhismo conserva una grande profondità quando resta pratica, esperienza, osservazione della mente e via di trasformazione.

Questo vale per il buddhismo come per il cristianesimo, per l’induismo, per l’islam e, più in generale, per ogni sistema religioso.

Paradiso, inferno, purgatorio, rinascite, regni invisibili, spiriti, dèi e demoni possono avere una forza simbolica enorme.

Il mistero e il sogno sono meravigliosi finché lasciano libertà di navigazione interiore, psichica e corporea.

Confondere questi due piani non è necessariamente un problema finché resta una scelta personale, un sistema di credenze intimo che ciascuno è libero di abitare.

Infografía sobre reencarnación y estados intermedios

Di: Guido Ferrari, giornalista, regista, autore per años alla RSI

Cuando vemos niños que tocan música clásica con sorprendente maestría, ¿existen vidas anteriores?

¿A la nacimiento somos realmente una tabula rasa o llevamos consigo trazas, tendencias y predisposiciones?

Es un interrogativo antiguo.

Las tradiciones espirituales orientales -y, en Occidente, Pitágoras y Platón- responden positivamente.

El cristianismo ha negado la reencarnación en el Concilio de Constantinopla del 553, afirmando que la vida es única y que la elección moral decisiva se realiza aquí y ahora.

La investigación científica contemporánea ha empezado a explorar estos temas con resultados que sorprenden.

¿Qué renace?

Lo spunto de este artículo viene de un texto reciente que une tradición buddhista y estudios científicos: Bhikkhu Anālayo, Sul rinascere: Buddhismo antiguo e studi contemporanei, Ubiliber 2023, con prefacio del XIV Dalai Lama.

Nel buddhismo non rinasce un “io” immutabile, ma un flusso di causalità: tendenze karmiche, impulsi, abitudini mentali e potenzialità che, al momento della morte, originano un nuovo continuum di esperienza.

Non è quindi una persona a rinascere, ma un processo.

Il Buddha usava la metafora della candela che ne accende un’altra: la seconda fiamma dipende dalla prima, ma non è la stessa.

Una metafora moderna sarebbe quella di un software che può essere riavviato su un altro dispositivo.

Questa visione implica che algunas informazioni si conservino oltre la morte biologica, indipendentemente dal cervello: una continuità informazionale che alcuni studiosi accostano alla coscienza quantistica.

Le ricerche di Ian Stevenson

Esistono dati a sostegno di questa ipotesi?

Uno dei pionieri è Ian Stevenson, psichiatra dell’Università della Virginia, che ha studiato migliaia di bambini tra i 2 e i 7 anni che ricordavano spontaneamente vite precedenti.

Stevenson ha verificato i loro racconti, escludendo frodi e riscontri casuali.

Scrisse: «Ho raccolto una serie di casi che suggeriscono la reincarnazione, che la spiegano meglio di qualsiasi altra ipotesi disponibile».

Per lui, l’ipotesi reincarnativa era la più convincente finché non ne emergessero altre più forti: un approccio rigorosamente scientifico.

  • Shanti Devi (India), 4 anni: ricordava nome, villaggio, marito, figli e circostanze della sua morte precedente.
  • Cameron Mac Donald (Carolina del Sud): bambino di 3 anni, fuori da contesti orientali, che ricordava la vita di un uomo morto in un incidente d’auto, con dettagli poi confermati.

Stevenson documentò anche casi di bambini con segni di nascita corrispondenti alle ferite riportate nella vita precedente, confermate da cartelle cliniche e autopsie.

Celebre il caso del bambino thailandese che ricordava di essere stato suo padre, morto da un colpo d’arma da fuoco: il suo segno di nascita coincideva con la ferita mortale.

Las ricerche di Ian Stevenson sono raccolte in:

• Reincarnación. 20 casi a sostegno, Armenia, 2005

• Le prove della reincarnazione (sui segni di nascita), Armenia, 1999

Dopo la sua morte (2007), il testimone è passato a Jim Tucker, pure dell’università della Virginia, autore di Il bambino che visse due volte, Sperling, 2009 di Return to Life, 2015 e di Before: Children’s Memories of Previous Lives, 2021.

Meditazione, regressioni

Ci sono altre vie che toccano il tema della reincarnazione come la meditazione e le regressioni.

Esse non soddisfano però la domanda sulla esistenza di prove reali, che rispettino i criteri scientifici rigorosi come le ricerche di Ian Stevenson e di Jim Tucker.

Lo scopo della meditazione è di liberare la persona dalla sofferenza, lasciando emergere emozioni, ricordi della presente vita e delle precedenti.

Il Buddha, secondo la tradizione, la notte dell’illuminazione in profonda meditazione ricordò molte vite precedenti.

Aryasura: Le vite passate del Buddha, Arya, 1985.

Lo scopo delle regressioni è pure di liberare la persona dalla sofferenza anche riconducibile a vite precedenti attraverso tecniche di rilassamento profondo, di respirazione, di visualizzazioni.

Sulle esperienze di regressione, un libro sempre valido è quello di Thorwald Dethlefsen: Vita dopo vita, Mediterranee, 1983.

Grande diffusione hanno avuto i lavori del medico Brian Weiss - ad esempio Oltre le porte del tempo, Mondadori, 2021.

Actualidad: la reincarnación del Dalai Lama

Di reciente el Dalai Lama ha dichiarato che non si reincarnerà in Cina, ma nella comunità tibetana in exilio.

Il riconoscimento del nuovo Dalai Lama avverrà, come secondo la tradizione, tramite sue premonizioni e attraverso la ricerca di un bambino che sappia riconoscere oggetti appartenuti al Dalai Lama attuale: un metodo sorprendentemente simile ai casi studiati da Stevenson.

Perché si ritorna?

La reincarnación parece ser, nelle grandi spiritualità, un percorso graduale verso la liberazione dalla sofferenza.

Ogni vita sarebbe un passo verso una maggiore consapevolezza, armonía e amore: il valore más alto al centro de todas las tradiciones.

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