È divenuto quasi un luogo comune - cuando se habla del tiempo - citare una battuta delle Confessioni di sant’Agostino (che al tema ha dedicato proprio in quel libro pagine acute e interessanti): «Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Il tempo, «quel vile avversario», come lo chiamava il poeta Paul Valéry, è dunque la realtà più decisiva per definire il nostro essere materiale ma anche il nostro esistere interiore, è «la sostanza di cui sono fatto», come diceva Jorge Luis Borges che, nell’opera Altre inquisizioni (1952), così continuava: «Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è la tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è il fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco ». Gramsci nelle Lettere dal carcere lo definiva «un semplice pseudonimo della vita»; è l’essenza dell’esistenza, è sempre in noi, qualcosa di noi.
La Bibbia ha una sua teologia ben strutturata riguardo al tempo e non si accontenta di una contemplazione stupita del ritmo stagionale e secolare o del flusso dell’esistere umano. Certo, individuare un filo costante di riflessione sul senso del tempo e della storia non è facile, ben sapendo la pluralità delle presenze all’interno dell’Antico e Nuovo Testamento. Il punto di partenza è nell’individuare una caratteristica fondamentale della religione biblica, la sua 'storicità'.
Desde la visión bíblica, Dios no permanece en los cielos sino que decide caminar por las calles polvorientas de la historia humana. La historia, entonces, para la Biblia es la sede de las epifanías divinas: no por nada el Credo histórico de Israel está ritmado por sus acciones experimentables en las vicende del pueblo. La llamada de los Patriarcas, la liberación en el éxodo y la entrega de la tierra prometida se leen como señales de un tiempo que se entrelaza con lo eterno.
In questa luce tempo ed eterno si annodano tra loro, pur essendo così differenti tra loro. Certo, noi che guardiamo o viviamo nella prospettiva del tempo sentiamo ancora remota la pienezza dell’eternità. No per nulla Paolo nella Lettera ai Romani (8,18-27) usa immagini di parto, di attesa, di tensione impaziente perché il nostro tempo è 'pesante', segnato dal male e scandito dal dolore e dalla morte.
Già l’Antico Testamento aveva preparato l’ingresso di Cristo nel mondo, presentando una Rivelazione divina innervata nella storia e una religiosità che invitava a non decollare dall’orizzonte terreno verso cieli mitici e mistici. L’Incarnazione del Figlio di Dio è, quindi, coerente con l’annunzio dei profeti di Israele e rende il tempo e lo spazio irradiati dall’eterno e dall’infinito. È questo il senso della risurrezione finale.
Para descubrir y sentir pulsar este abrazo del tiempo con la eternidad es necesario tener un canal superior de conocimiento, es decir, la visión de la fe que sabe perforar la lámina del flujo temporal para captar el instante perfecto y supremo del eterno divino. Es lo que expresa de forma intensa y densa el gran Thomas S. Il Cardinale: «Oggi a Gesù chiederebbero i documenti. Cardinale Ravasi, se dovesse spiegare l’immortalità, la vita eterna, come farebbe?»
«Ci sono due strade. La prima è quella filosofica. Già Platone sostiene che la persona umana ha anche una dimensione trascendente: l’anima non può decomporsi, né morire. «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà». E la seconda strada per spiegare l’aldilà, qual è?«È quella teologica. Mistica. Siamo usciti dalle mani di un Creatore, e allo stesso modo veniamo raccolti dal Creatore, che ci introduce all’interno di un nuovo Essere trascendente. Supereremo le categorie del tempo e dello spazio. San Paolo parla appunto di “nuova creazione”».
Y di questa conversación se llega a la idea de la resurrección de la carne: «È vero io non ho un corpo, lei non ha un corpo, i lettori del Corriere non hanno un corpo; ognuno di noi è un corpo. Per questo la Chiesa è così severa sull’aborto: siamo tutti fatti dalle mani di Dio, sin dal concepimento. E non abbiamo un unico canale di conoscenza. La persona umana non conosce solo con la ragione o con la via sperimentale».
«Prenda l’innamoramento. Pensi al volto di una persona che ama. Ha una serie di caratteristiche biologiche, fenomeniche. Ma lei non si è innamorato di quelle». Claro, altrimenti tutti sarebbero innamorati delle stesse tre o quattro attrici. «Lei si è innamorato di un dettaglio e di un aspetto che a lei ha detto qualcosa che non ha detto ad altri».
Y Ravasi ha avuto esperienze personali: «Sì, con l’ingenuità di uno scolaro delle medie. Era una delle due ragazzine della classe. Ma la dimensione estetica della conoscenza non si limita all’amore: pensi all’arte, alla poesia, alla musica. Chi va a vedere un quadro di Caravaggio, non può uscirne indenne».
Anni fa, indicato come vescovo di Assisi, sarebbe stato fermato dalla Congregazione, per il titolo di un suo articolo sul Sole 24Ore: «Gesù non è risorto, si è innalzato». «Per fortuna l’allora Card. Ratzinger lesse l’articolo e non solo il titolo, che non era mio, e non vi trovò nulla di errato. Infatti, la risurrezione non è una semplice rianimazione di un cadavere. Non significa far rivivere un corpo che morirà un’altra volta».
«In Bibbia ci sono due modelli di rappresentazione della realtà della risurrezione di Cristo: il “risveglio” e, appunto, l’“innalzamento”».
«Qual è il risveglio? La visione di Ezechiele: le ossa secche ricomposti un corpo e tornano a vita; ma Gesù non si risveglia solo dalla morte; ascende al cielo. Non è un fatto astronautico, ascendere non significa andare in alto, bensì entrare nell’infinito, nell’eterno di Dio».
«Lo dice Gesù stesso: “Quando sarò innalzato da terra, tutti attirerò a me”».
Lei ora ha scritto una biografia di San Paolo, intitolata «Ero un blasfemo, un persecutore e un violento». «È lui stesso a presentarsi così nella Prima Lettera al suo discepolo Timoteo. Daniel Marguerat lo definisce invece l’enfant terrible del cristianesimo».
«La figura di Paolo è cruciale: un progetto pastorale globale fondato sull’evento Gesù Cristo morto e risorto, centrale anche nei Vangeli».
«Beati gli afflitti… Beati i miti… Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia»; Gesù porta alle estreme conseguenze questo messaggio rivoluzionario, con la sua morte e la sua ascensione, che trasfigura la realtà e l’essere. «La creazione stessa attende con impazienza la trasfigurazione dei figli di Dio».
Nel libro Ravasi cita anche Kazantzakis e Scorsese: L’ultima tentazione di Cristo, dove Paolo sembra irride Gesù. «Ma quella scena non è reale. È un’allucinazione di Gesù, che sulla croce immagina una vita normale. E’ l’ultima tentazione»; i Vangeli non sono verbali storici, ma interpretazioni teologiche della realtà di Cristo, centrata nel Cristo glorioso.
L’amore è presente anche nell’Antico Testamento: la legge di Mosè invita ad aiutare persino il nemico; ma il sacrificio di sé per amore universale va oltre l’aiuto umano semplice.
Molti teologi e filosofi attribuiscono a Paolo l’idea della grazia e della predestinazione: le opere non sono la causa della salvezza, ma il frutto. «Paolo non nega la libertà dell’uomo; lo mette in guardia dalla pretesa di salvarsi da sé. Lo spirito di Dio afferra le mani e salva».
La conversazione tocca anche il tema della morte: Ravasi confessa una certa paura, ma riflette sulle sue ultime volontà e sul luogo dove vorrebbe essere sepolto, tra San Giorgio in Velabro a Roma o una chiesetta sul lago di Bellagio.
«Mi considero un brianzolo di Merate… disertò, con molti altri»; Ravasi ripercorre la sua origine, la fede familiare, e l’influsso di Milano e della Brianza. Da lì passa a descrivere Milano come città europea, multicentrica e segnata dalla secolarizzazione, ma ancora terreno di sfida e provocazione per il cristianesimo.
«Il messaggio del cristianesimo è provocatorio. Il Vangelo non ha nulla di tranquillizzante»; eppure Ravasi crede nell’importanza di dialogare con credenti e non credenti, fondando il Cortile dei Gentili. Ecouter Umberto Eco, Alda Merini, Enrico Cuccia; e anche il presidente Giorgio Napolitano.
Ravasi guarda a Gerusalemme come a un luogo di tre pietre, ma ricorda che le pietre di Gerusalemme sono intrise di sangue. Isaia profetizza che un giorno giungeranno in pace tutti i popoli della terra; la sofferenza umana resta, ma la redenzione universale resta un tema teologico complesso e dibattuto.
Nel dialogo tra scienza e spiritualità, Ravasi riporta le posizioni di Federico Faggin, scienziato che esplora la reincarnación y afirma que la conciencia es anterior al cerebro. Faggin sostiene que la reincarnación podría existir y que hay evidencia en memorias de vidas pasadas en niños, aunque la argumentación tiene límites y no es definitiva.
Faggin propone un puente chiamato Nousym entre ciencia y espiritualidad: la conciencia vive antes que la materia y la vida continúa más allá de la muerte. Ravasi discute que la experiencia de la vida después de la muerte no debe ser reducida a lo científico ni a lo dogmático, sino entendida como parte del misterio humano.
Finalmente, la entrevista reconstruye una visión no dogmática: el ser humano debe estar en la frontera entre fe y razón, observando lo que está más allá sin perder la raíz en la fe, defendiendo la dignidad de la persona y su libertad ante las grandes preguntas de la vida, la muerte y lo trascendente.

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