Invocare uno sciamana: exploración de un saber antiguo y dinámico

Lo sciamanismo è forse la pratica religiosa più antica appartenente al genere umano. Diffusa pressoché in tutti i continenti, ha da un lato affascinato intere generazioni di studiosi, dall’altro ha colpito profondamente l’immaginario occidentale. L’etimologia della parola sciamano è per certi versi ancora incerta, ma si fa canonicamente risalire al termine 'saman', utilizzato nella cultura tunguso siberiana per indicare ‘colui che conosce’.

Infatti lo sciamano viene generalmente considerato come un guaritore e un mediatore tra il mondo dei vivi e il mondo degli spiriti, capace di operare in uno stato alterato di coscienza e influenzare il corso degli eventi. L’incanto e il mistero dell’agire sciamanico, oltre alla difficoltà di circoscriverne il fenomeno, hanno attraversato il dibattito scientifico per decenni. Lo sciamano è un terapeuta, un mago, un esorcista? Oppure - com’è stato definito - un eroe culturale, un intermediario col mondo degli spiriti, o una sorta di psicoanalista ante litteram della collettività?

È appena uscito, per la casa editrice Franco Angeli, con una evocativa copertina illustrata dall’artista veneziano Andrea Tagliapietra, il volume Il cosmo sciamanico: ontologie indigene fra Asia e Americhe. L’opera è a cura di Stefano Beggiora, direttore della collana S.t.r.a.d.e. - Spiritualità e tradizioni religiose: approcci, discipline, etnografie presso il medesimo editore e professore all’Università Ca’ Foscari di uno dei pochissimi corsi in Italia di etnografia dello sciamanesimo, nonché docente di Storia e Letteratura dell’India.

“Partendo dalle più aggiornate teorie scientifiche - si legge nella sinossi del volume - il libro ospita ventuno saggi a opera dei maggiori specialisti sul tema e propone una panoramica pressoché globale sugli studi sciamanici, apportando nuove testimonianze e ricerche sul campo, ove la percezione del cosmo sembra essere il cardine di un diverso modo d’interpretare l’alterità e la liminalità. Dalla foresta amazzonica alle giungle indiane, dalle steppe dell’Asia alle isole del Giappone, dalle vette andine alle vallate himalayane: lungo queste e altre rotte si snoda un viaggio affascinante fra tradizioni religiose, folklore e ontologie indigene”.

I ventuno autori partono dallo stato dell’arte, proponendo un’analisi nuova sui vari sciamanismi, distanziandosi dall’analisi eurocentrica dell’esperienza religiosa e spostando il cardine dello studio sul concetto di cosmo. I saggi contenuti spaziano da uno sciamanismo postmoderno e contemporaneo in Siberia centrale (Mihály Hoppál ) e Jakutia (Lia Zola), allo sciamanismo in Corea (Laurel Kendall), Giappone (Silvia Rivadossi), Mongolia (Elisabetta Ragagnin), Malesia (Diana Riboli), India (Stefano Beggiora, Giovanni Torcinovich), alle tradizioni dell’Himalaya (Davide Torri, Gian Giuseppe Filippi) e dei paesi scandinavi (Gianluca Ligi) fino a giungere al Nord (Enrico Comba), Centro (Sergio Botta) e Sud America (Emanuele Fabiano, Domenico Branca) e a paesi d'ambito islamico (Giovanni De Zorzi e Thomas Dahnhardt).

Beggiora presenta nel suo intervento il caso emblematico dei Saora, una popolazione dell’Odisha - uno stato dell'India Orientale sul golfo del Bengala - dove la vita della comunità si svolge sotto la guida di una serie di figure carismatiche: il gomango - il capo villaggio, il buyā, una sorta di sacerdote, e infine il kuḍān, lo sciamano. Quest’ultimo incarna tutte le caratteristiche del genere: rapimento iniziatico, funzione di psicopompo, conoscenza dei principi medicinali della foresta, esorcista. Spesso il kuḍān sperimenta durante la pubertà una serie di esperienze allucinatorie, interpretate come manifestazioni di uno spirito tutelare che cerca di mettersi in comunicazione con il prescelto. L’iniziato in alcuni casi viene ‘prelevato’ dallo spirito guida durante il sonno e affronta una serie di prove o esperienze propedeutiche al suo futuro ruolo. Nel classico caso del ‘rapimento sciamanico’, l’iniziato si trova a vagare nella foresta per alcuni giorni, in stato confusionale e di amnesia.

L’idea di riunire in un volume unico le ricerche attuali più approfondite in campo sciamanico è nata proprio a Venezia, a Ca’ Foscari, dove l’insegnamento di Etnografia dello Sciamanesimo è attivo dal 2014 all’interno del dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea e rappresenta un’eccellenza a livello nazionale. All’interno del corso, osserva il prof. Beggiora, è nata negli anni una sperimentazione di gruppo, una sorta d’osservatorio, “che per me e credo per tutti coloro che vi hanno finora partecipato è stata veramente entusiasmante: un’esperienza che non ha mancato di testimoniare l’esistenza di uno sciamanismo ancora vivente e dinamico, sui cui è ancora possibile sviluppare la ricerca. In taluni specifici casi è emerso un fenomeno che sembrerebbe conservare forme forse primordiali, aspetti culturali arcaici, d’un mondo ormai scomparso, viceversa in altri ambiti s’è delineata la manifestazione d’un approccio al sacro veramente versatile, duttile, capace con resilienza d’attraversare momenti di cambiamento sempre più complessi e radicali. Forse proprio per questo, da sempre refrattario a essere circoscritto in un paradigma teoretico unico, lo sciamanismo in ogni caso si conferma ancor oggi vivo e vibrante attorno al mondo, come il dibattito che su di esso si rinnova”.

Caratteristiche comuni e differenze tra tradizioni

Lo sciamanesimo rappresenta un complesso sistema di credenze e pratiche spirituali diffuso in svariate culture del mondo. Nonostante l’assenza di una definizione univoca e universale, la maggior parte degli studiosi e delle studiose concordano su alcuni elementi chiave che lo caratterizzano. Tra questi, riveste particolare importanza lo stato di trance alterata di coscienza indotto dallo sciamano per interagire con il mondo degli spiriti. Tale viaggio estatico può essere raggiunto mediante diverse tecniche, tra cui il canto, la danza, il suono del tamburo o l’utilizzo di sostanze psicoattive. Va precisato che queste tecniche non si escludono a vicenda, ma possono essere combinate in modi differenti.

Lo sciamano assume un ruolo centrale all’interno di questo panorama complesso. Egli funge da mediatore tra il mondo visibile e quello invisibile, stabilendo una comunicazione con gli spiriti per ottenere il loro aiuto in svariate questioni. Tra queste, figurano la guarigione di malattie fisiche e mentali, la risoluzione di problemi personali o comunitari e l’acquisizione di conoscenza. Come già discusso in un precedente numero di questa rivista, le cosmologie animiste sono centrali per capire il ruolo dello sciamano, perché opera all’interno di una cosmologia dove tutti gli esseri viventi e gli oggetti possiedono un’anima o uno spirito.

Un aspetto fondamentale del ruolo sciamanico è quello di “medicine man”, ovvero colui che si occupa della guarigione dei propri assistiti. Attraverso le sue abilità, lo sciamano ristabilisce l’armonia tra l’individuo e il mondo circostante, intervenendo su malattie fisiche e mentali. È importante sottolineare che lo sciamanesimo non si configura come un fenomeno monolitico, bensì assume forme ed espressioni differenti a seconda del contesto culturale in cui si manifesta. Esempi lampanti di tale diversità sono le distinzioni tra lo sciamanesimo siberiano, quello amazzonico e quello africano.

Semplificando, lo sciamanesimo siberiano ha una cosmologia animista complessa con molteplici spiriti e divinità legati a elementi naturali e fenomeni celesti, le tecniche di trance prendono forma attraverso viaggi sciamanici indotti da tamburi, canti monotoni, attraverso la privazione del sonno e con l’assunzione di sostanze psicoattive (come il muscolo di renna). Le funzioni principali dello sciamano sono quelle di essere un guaritore, psicopompo, veggente, intermediario tra il mondo umano e quello spirituale. Anche nello sciamanesimo amazzonico abbiamo una visione animista del mondo con spiriti presenti in ogni elemento naturale, pianta e animale. Le tecniche di trance sono caratterizzate dall’uso di ayahuasca (un infuso di DMT), canti potenti, danze frenetiche e contatto con spiriti guida. Le funzioni dello sciamano sono quelle di essere un guaritore, diagnostico, veggente, dispensatore di conoscenza e guardiano dell’armonia cosmica. Nello sciamanesimo africano invece a livello cosmologico possiamo riscontrare grande diversità di credenze tra culture, con elementi animisti, spiriti ancestrali e divinità supreme. Le tecniche di trance passano sempre attraverso l’uso di tamburi, canti, danze, sacrifici rituali e possessione da parte degli spiriti. Le funzioni dello sciamano sono anche in questo caso quelle di essere un buon guaritore, indovino, mediatore tra il mondo umano e quello spirituale, protettore della comunità.

Nonostante le distinzioni, è importante sottolineare che queste categorie non sono rigide e che all’interno di ogni tradizione esiste una grande varietà di espressioni. Inoltre, lo sciamanesimo è un fenomeno in continua evoluzione, soggetto a scambi interculturali e adattamenti nel tempo. L’antropologia ha dedicato ampio spazio allo studio dello sciamanesimo, cercando di comprenderne le origini, le funzioni e il significato all’interno delle diverse culture. Nonostante la mia esperienza di ricerca sul campo non abbia incluso una collaborazione diretta con sciamani né una focalizzazione specifica sulle pratiche di guarigione, una domanda ha sempre accompagnato il mio lavoro: quale ruolo ricoprono le donne in tali pratiche?

A tal proposito, emerge l’impossibilità di fornire una risposta univoca e generalizzante. Il ruolo delle donne nello sciamanesimo ha infatti subito una complessa evoluzione nel corso della storia, assumendo sfaccettature differenti a seconda del contesto culturale e del periodo storico considerato. In alcune tradizioni sciamaniche, le donne hanno ricoperto un ruolo centrale e di pari livello rispetto agli uomini. Esse erano a tutti gli effetti sciamane, officiavano riti, curavano i malati e vantavano un profondo legame con il mondo degli spiriti. In altre culture, invece, il ruolo delle donne nello sciamanesimo è stato più marginale o subordinato. Pur potendo svolgere pratiche sciamaniche, le donne erano spesso relegate a compiti specifici, come l’assistenza agli sciamani maschi o la cura di determinate malattie.

Inoltre, possiamo osservare differenze di genere nelle pratiche sciamaniche. Le donne sciamane tendono a privilegiare alcune tecniche rispetto ad altre. Ad esempio, si ritiene che siano più abili nell’utilizzo di canti e danze per entrare in trance, mentre gli sciamani maschi potrebbero fare maggior uso di strumenti a percussione o di sostanze psicoattive. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che queste generalizzazioni non sono sempre valide e che la realtà presenta sfumature ben più complesse. Numerose eccezioni si discostano da queste tendenze generali e il ruolo e le pratiche delle donne sciamane possono variare notevolmente da una cultura all’altra, e persino all’interno della stessa cultura nel corso del tempo.

Per citare qualche esempio “classico” potremmo parlare delle donne sciamane siberiane, conosciute come “udgan”, svolgono un ruolo centrale nella loro società. Sono guaritrici, divinatrici e guide spirituali. Le donne sciamane amazzoniche, conosciute come “curanderas”, utilizzano diverse piante medicinali e tecniche di guarigione per curare le malattie e promuovere il benessere. Le donne sciamane andine, conosciute come “mamas”, officiano riti sacri per celebrare la Pachamama, la Madre Terra, e per invocare la sua protezione.

Negli ultimi decenni, si è assistito a una rinascita dello sciamanesimo in molte parti del mondo. In questo contesto, le donne stanno svolgendo un ruolo sempre più importante nel recupero e nella rielaborazione delle tradizioni sciamaniche. Lo sciamanesimo, con la sua profonda connessione con il mondo naturale e la sua visione olistica del cosmo, offre molti spunti di riflessione per l’ecologia, le pratiche ecologiste e di risanamento. La sua concezione di un mondo interconnesso, dove ogni essere vivente e gli elementi naturali sono interdipendenti, risuona con l’approccio ecologico che auspica il rispetto e la tutela degli ecosistemi.

Al centro di questa visione non antropocentrica risiede il riconoscimento dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi e degli elementi naturali. Gli sciamani nutrono un profondo rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi. Considerano il mondo naturale come una fonte di saggezza, guarigione e ispirazione. Questo rispetto si traduce in un impegno concreto per la sua protezione e la sua preservazione. Gli sciamani vedono la natura non solo come una risorsa da sfruttare, ma come un partner con cui collaborare per il benessere di tutti.

La credenza nell’esistenza di spiriti che abitano negli elementi naturali, come alberi, fiumi, montagne e animali, può ispirare un senso di rispetto e di connessione con il mondo naturale. Questa credenza incoraggia a prenderci cura del pianeta con maggiore consapevolezza e responsabilità, riconoscendo l’interdipendenza tra esseri umani e mondo naturale. Cerimonie di purificazione di fiumi e laghi possono essere viste come un modo per ristabilire l'equilibrio negli ecosistemi acquatici. Riti di riforestazione per piantare alberi e ripristinare aree degradate del paesaggio possono contribuire a contrastare la deforestazione e la perdita di biodiversità.

Lingua, contesto e prospettive contemporanee

Una nuova idea di sciamanesimo, basata sul dialogo e la collaborazione tra culture indigene e società occidentali, può offrire una prospettiva preziosa per l’ecologia e per le pratiche ecologiste e di risanamento. Lo sciamano è una figura religiosa presente in alcune culture della Siberia. Il termine è stato esteso ad altri guaritori, indovini, sacerdoti o maghi appartenenti a religioni africane, oceaniane e americane. Il termine sciamano deriva dalla lingua di un popolo siberiano, i Tungusi, nella quale indica un uomo capace di fare da mediatore tra il mondo umano e il mondo soprannaturale degli spiriti, dei morti e delle divinità. Questo termine viene esteso anche ai protagonisti di riti e cerimonie proprie di altre società (asiatiche, americane, e più raramente africane e oceaniane).

A seconda delle epoche e delle culture, allo sciamano vengono attribuiti ruoli diversi. Alcuni lo ritengono un medico o guaritore, capace di estrarre dal corpo del malato le sostanze responsabili della malattia oppure di ‘inseguire’ nell’aldilà l’anima fuggita al malato. Altri vedono nello sciamano un divinatore, ossia un individuo capace di predire il futuro, fornendo informazioni importanti sullo svolgimento di una battaglia o di una battuta di caccia. Occorre molta cautela quando si fa uso della definizione di sciamano in tradizioni lontane da quella siberiana. Gli storici delle religioni e gli antropologi pensano che l’iniziazione e la capacità di ‘viaggiare’ nel mondo soprannaturale siano due aspetti centrali di ogni forma di sciamanesimo. La trance è un insieme di comportamenti e atteggiamenti anomali: lo sciamano può essere posseduto dalle divinità che parlano attraverso di lui, il suo corpo è percorso da tremori, la voce è alterata. Tramite l’iniziazione e la trance (ottenuta a volte con il consumo di sostanze allucinogene) lo sciamano acquisisce la capacità di ‘viaggiare’ nell’aldilà: la sua anima si separa dal corpo e compie un viaggio nel mondo degli spiriti, degli antenati o degli dei.

Gli studiosi dello sciamanesimo non giudicano la verità di queste credenze, ma si chiedono perché siano così diffuse in molte culture. In questo senso lo sciamanesimo, come molte credenze religiose, appare come un tentativo dell’uomo di controllare forze che stanno al di là delle sue normali capacità. Gli studiosi distinguono lo sciamanesimo dalla possessione. Quest’ultimo termine definisce un fenomeno per cui un individuo è ‘posseduto’ da divinità o spiriti, indipendentemente dalla sua volontà. Lo sciamano al contrario è autonomamente capace di mettersi in contatto con l’aldilà, per ottenere benefici per la sua comunità.

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