Nascita del buddhismo indiano: historia y evolución desde sus orígenes en la India

Cuando se habla de Buddhismo, se finisce mucho spesso col dimenticare la varietà di significati storici che il termine possiede. Si dimentica che una cosa è il Buddhismo della prima predicazione, il Buddhismo del Buddha, una cosa diversa quello della sistemazione conciliare, con le sue esplosioni drammatiche, con le sue scissioni variegate, un'altra cosa ancora il Buddhismo delle sètte del Piccolo Veicolo, il quale quindi sarà perfino diverso in se stesso a seconda, almeno, delle grandi ramificazioni settarie, infine ancora un'altra cosa, anzi varie altre cose, il Buddhismo del Grande Veicolo con le sue analisi complesse, con la dissoluzione della logicità giudicativa che però non riesce a rinnegare, ma se mai riconferma, la necessità del sistema e dà per l'appunto luogo a più sistemi, fino a condurre a una nuova metafisicizzazione.

ICILIO VECCHIOTTI (1930-2000), nato a Roma, si è dedicato fin da giovanissimo alle discipline filosofiche e quelle linguistiche, in particolare allo studio delle lingue occidentali ed orientali. Insegnante di sanscrito, pali e tibetano, ha tradotto il testo sanscrito della Gita.

Le problematiche della sofferenza esistenziale e del suo possibile superamento, del sé e della soggettività, del determinismo e del libero arbitrio; le categorie dell’essere e del non-essere, della sostanza e della vacuità, del tempo, dello spazio e della causazione; la questione dei universali e dei particolari; la questione dei criteri di verità e quella del significato delle parole: questi sono solo alcuni dei temi filosofici affrontati dal pensiero buddhista indiano, di cui il volume ricostruisce l’evoluzione.

Nella sua fase iniziale, caratterizzata dalle idee contenute nei discorsi “canonici” attribuiti al Buddha storico, possono essere identificati tre diversi registri filosofici, rispettivamente centrati sulle categorie dell’essere, del non-essere e dell’esclusione di entrambi. Il Buddha, il cui nome era Siddharta Gautama, visse nell’India del Nord nel VI sec. a.C. Il Buddha nacque durante il viaggio che doveva portare la regina Maya, moglie del capo del clan degli Sakya, il nobile guerriero Suddhodana, a partorire il primo figlio nella casa paterna, secondo la tradizione del tempo.

Ma la tradizione vuole che la giovane non raggiungesse mai la casa e partorisse in un boschetto, mettendo al mondo colui che diventerà il Buddha. Poco prima di compiere trent’anni il principe Siddharta incontrò delle persone che stavano vivendo l’esperienza della malattia, della vecchiaia e della morte, rimanendone molto impressionato e turbato. Allo stesso modo rimase profondamente ammirato dalla serenità mostrata da un saggio eremita. Maturando tali esperienze, il principe Siddharta realizzò la precarietà e la temporaneità del suo stato di agio e abbandonò la sua casa e la sua famiglia, in cerca di una soluzione definitiva alle grandi sofferenze del mondo. Intraprese in tale ricerca diverse pratiche spirituali e incontrò molti maestri, finché, insoddisfatto di quanto sperimentato, ricercò la sua via: una via di mezzo tra l’estremo ascetismo e una vita legata ai piaceri dei sensi.

Fu come risultato di questa ricerca che una sera, all’età di trentacinque anni, meditando sotto un albero, poi conosciuto come l’albero della Bodhi o del Risveglio presso Bodhgaya (nell’attuale regione del Bihar, in India), il principe Siddharta raggiunse l’Illuminazione, lo stato di completa e profonda saggezza, al di là di ogni sofferenza. Dopo l’Illuminazione il Buddha diede il suo primo insegnamento a Sarnath, noto come “Le Quattro Nobili Verità” che indicano la via per liberarsi dallo stato di sofferenza esistenziale propria dell’uomo, senza il bisogno di intermediari sacerdotali come i brahmani, ma attraverso un lavoro su se stessi.

Da quel momento passò la vita a insegnare come raggiungere il suo stato di Illuminato a innumerevoli persone. Fondò una comunità monastica a cui poterono accedere gli uomini e successivamente anche le donne, dato estremamente rivoluzionario nella società indiana dell’epoca, che tradizionalmente non consentiva a queste ultime di uscire dalla tutela e dal controllo diretto della famiglia patriarcale. Alla morte il Buddha non lasciò alcun successore e la comunità continuò a operare insieme. All’inizio mancava anche un Corpus Canonico codificato, e i discepoli diretti del Buddha si riunirono nel 473 a.C. durante il I Concilio indetto a Rajagriha per la durata di sette mesi per trasmettere ciò che avevano appreso direttamente dal Maestro.

Altro momento fondamentale nella storia del buddhismo sarà il terzo Concilio indetto nel 245 a.C. a Pataliputra dall’imperatore Asoka Maurya, che sarà uno dei principali protettori del buddhismo in India. In tale concilio si cercò di frenare le emergenti tendenze scismatiche, che cominciavano a differenziare l’insegnamento e che un paio di secoli più tardi daranno origine a due scuole fondamentali: la scuola del cosiddetto Piccolo Veicolo o Hinayana e quella del grande Veicolo o Mahayana.

A seguito della morte del Buddha, il suo insegnamento si diffuse in varie parti dell’Asia, mutuando e assimilando gli usi e costumi locali e dando vita a varie tradizioni buddhiste, che si differenziarono tra loro per alcuni aspetti interpretativi dell’Insegnamento. Delle originali diciotto scuole, che formavano il così detto “Piccolo Veicolo” (Hinayana), oggi rimane attiva solo la scuola Theravada, che si è prevalentemente diffusa in Sri Lanka, Tailandia, Birmania, Cambogia e Laos. All’incirca nel I secolo a.C. nacquero le tradizioni del “Grande Veicolo” (Mahayana), in cui vi è grande enfasi della figura del Bodhisattva, colui che dedica tutte le sue realizzazioni spirituali e le sue azioni alla liberazione della sofferenza di tutti gli esseri. Al “Grande Veicolo” appartengono le tradizioni Ch’an (pronuncia “cian”) sviluppatesi in Cina, Vietnam e Corea, le altre scuole cinesi (Terra Pura, Tientai, ecc.), le scuole giapponesi (Zen, Nichiren, ecc.), nonché le scuole della tradizione Vajrayana (Via del Diamante, pronuncia “vagiaraiana”) diffuse in Tibet, Mongolia e alcune regioni dell’attuale Russia.

Il buddhismo è arrivato in Tibet alla fine del VII secolo d.C., quando il primo re tibetano, Songtsen Gampo, chiese ai maestri buddhisti indiani di recarsi nel Paese per istruire i suoi sudditi, che per lo più praticavano tradizioni locali verosimilmente affini alle pratiche sciamaniche dell’Asia centrale contemporanea. Per diverse generazioni dopo la sua comparsa in Tibet, il buddhismo fiorì sotto il patrocinio dello Stato. A metà dell’VIII secolo, il re Trisong Detsen invitò ŚānTārākṣita, abate dell’università monastica buddhista indiana Nālandā, e il maestro indiano Padmasambhava (in seguito noto come Guru Rinpoche) a stabilire un centro monastico in Tibet. I due fondarono la scuola Nyingma («antichi»), la più antica delle quattro principali scuole di buddhismo tibetano oggi esistenti.

Nel IX secolo, il re Langdarma si sarebbe convertito al Bön, una tradizione sciamanica, dopo di che avrebbe bandito e perseguitato il buddhismo. Poi, nel X secolo, una seconda ondata di maestri buddhisti provenienti dall’India fu invitata in Tibet e, a loro volta, traduttori e studiosi tibetani iniziarono a recarsi in India per ricevere gli insegnamenti di varie scuole e lignaggi, compresi quelli tantrici, che non avevano raggiunto il Tibet. Si formò così un insieme di nuove trasmissioni del dharma, chiamate tradizioni Sarma o «nuove». Tra queste c’era la scuola Kadampa, fondata da Dromtön, principale discepolo tibetano del maestro indiano Atiśa.

Il buddhismo tibetano ha incorporato una serie di pratiche del buddhismo indiano. Tra queste vi sono le pratiche di meditazione śamatha (calma attesa) e vipaśyanā (visione profonda), i voti di rifugio e la disciplina monastica dalla tradizione theravāda e, dalla tradizione mahāyāna, il voto del bodhisattva, le pratiche della Terra Pura e il lojong (metodi di allenamento della mente per risvegliare la compassione). La trasmissione del buddhismo dall’India al Tibet è stata ispirata dalla vivace e ricca atmosfera buddhista del tardo buddhismo indiano, dall’VIII secolo al XII secolo, quando le interazioni tra le varie tradizioni, filosofie e pratiche erano al culmine.

Nel XIV secolo, tuttavia, il buddhismo era in gran parte scomparso dalla sua patria indiana, in parte a causa delle invasioni, della concorrenza istituzionale e della scarsità di risorse necessarie per sostenere le grandi università buddhiste dell’India. Fortunatamente, le tradizioni buddhiste che avevano messo radici in altre parti del mondo sopravvissero. Il Tibet divenne il centro del buddhismo in Asia centrale, mientras el buddhismo tibetano si diffondeva nella Mongolia, en Bhutan, en Nepal y en algunas zonas de la Russia y la India actual.

In un secondo momento, verranno presentati i principali maestri del buddhismo Mahayana e il loro pensiero. Nato in una famiglia nobile, il giovane Siddhartha incontra il mondo e scopre le sofferenze della vita: malattia, vecchiaia e morte. Nessuna cosa esiste in sé, ma solo in quanto intreccio di diverse circostanze in costante cambiamento. Per dimostrare questa importante constatazione, il Buddha insegnò la teoria dell’Originazione Dipendente. I primi pensieri riguardanti la visione del mondo dei maestri buddhisti indiani, vennero raccolti nell’Abhidharma. È il fondatore della scuola madyamaka, o scuola del sentiero di mezzo, e autore di diverse opere nelle quali critica, punto per punto, la dottrina degli Abidharmika. Il metodo dialettico di Nagarjuna, il tetralemma, smonta tutti i concetti del buddhismo, arrivando a lasciare l’unica vera natura del mondo buddhista: la Vacuità, o sunyata. La Vacuità rappresenta una realtà impossibile da concettualizzare, di cui si può solo fare esperienza. Oltre a Nagarjuna, un secondo grande maestro del buddhismo mahayana è Vasubandhu, fondatore della scuola yogacara. La seconda, invece, è relativa all’esperienza dei sensi e della mente. In entrambi questi autori suggeriscono un approccio intuitivo alla pratica del buddhismo. Alla riflessione logica e razionale viene sostituita la sapienza frutto della pratica meditativa.

Questo paragrafo riassume l’evoluzione filosofica e le figure chiave della tradizione Mahayana e la sua influenza sul pensiero tibetano.

Questo testo offre una panoramica completa della nascita e dello sviluppo storico del buddhismo indiano, dai suoi esordi nel VI secolo a.C. fino alle trasformazioni che hanno portato all’emergere delle scuole Hinayana e Mahayana, e all’importante transmissione nel Tibet e nelle regioni limitrofe.

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