António Bonifacio y el sciamanesimo: tradiciones nativas, simbolismo y arquitectura circular

Antonio Bonifacio, nacido en Roma en 1950 y residente de toda la vida en esa ciudad, ha dedicado gran parte de su carrera a explorar culturas étnicas, su herencia de sabiduría y, a partir de ello, a escribir sobre los nativos de América del Norte, el Red Man y la tradición. En su obra se conectan las tradiciones de los Dogon de Soudán occidental con la tradición egipcia, como se ve en títulos como The Dogon Masks and Souls Towards the Stars. Paralelamente, la geometría sagrada y los artefactos que de ella se derivan se expresan en la arquitectura sagrada, motivo por el cual nacerían dos trabajos: Stone Organisms from Egypt to Cathedrals y Circular Architectures between Time and Eternity.

Con el tiempo, la producción de no-ficción del autor se ha entrelazado con la narrativa, dando lugar a novelas como Shadows at Midnight, Spirals, Journey to the End of Time y Melting Snow. En torno a estas reflexiones se articulan ideas sobre la espiritualidad y la relación entre lo humano y lo trascendente, donde la experiencia estática de la conciencia aparece como núcleo para comprender el fenómeno chamánico.

El chamanismo como estructura de la experiencia humana

«È difficile immaginare […] come lo spirito umano potrebbe funzionare senza la convinzione che nel mondo vi sia qualcosa di irriducibilmente reale; ed è impossibile immaginare come la coscienza potrebbe manifestarsi senza conferire un significato agli impulsi e alle esperienze dell’uomo. La coscienza di un mondo reale e dotato di significato è legata intimamente alla scoperta del sacro. del sacro lo spirito umano ha colto la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, ricco e dotato di significato, e ciò che è privo di queste qualità: il flusso caotico e pericoloso delle cose, le loro apparizioni e le loro scomparse fortuite e vuote di significato. […] In altre parole, essere - o piuttosto divenire - un uomo significa essere “religioso”» (M. Eliade).

Lo sciamanesimo è una delle più antiche tradizioni umane e la sua concezione dell’uomo e della realtà si ritrova su tutti i continenti del pianeta, all’origine dei principali sistemi religiosi e spirituali del mondo intero. Diversi studiosi discutono di quando possa essere nato lo sciamanesimo, e alcune posizioni considerano prove anche nell’era neandertaliana, come i manufatti della grotta di Bruniquel databili a circa 150.000 anni fa. Si può quindi parlare di una continuità che va oltre confini temporali e geografici, mantenendo un nucleo teoretico irriducibile centrato sull’iconografia estatica e sulla relazione tra l’uomo e gli spiriti.

Mircea Eliade pubblicò nel 1951 Le chamanisme et les techniques archaïques de l'extase, sostenendo che «una prima definizione, la meno azzardata, potrebbe essere: sciamanesimo = tecnica dell'estasi». A poca distanza di tempo, Dominik Schröder ribadì l’importanza dell’estasi come condizione essenziale per qualificare il fenomeno: «senza estasi, niente sciamanesimo». Da questa prospettiva emerge la centralità dell’esperienza estatica come dorsale dell’intera fenomenologia sciamanica nelle diverse culture.

La scena del pozzo di Lascaux e la sua interpretazione paleoastronomica hanno mostrato come le figure incise possano allinearsi con i cieli, dimostrando che i nostri predecessori osservavano il cosmos in modo razionale e simbolico. L’estasi diventa quindi una chiave per comprendere le pratiche sciamaniche: è nel tempo dell’estasi che l’individuo attraversa i confini tra mondi e dimensioni, per facilitare la comunicazione tra specie, spiriti e umanità.

Iconografia, mito e simbolismo nelle diverse tradizioni

Nel contesto preistorico si citano tre testimonianze significative: l’omino in trasformazione in uccello nel pozzo di Lascaux, e i due sciamani danzanti della grotta di Trois Frères, uno in gruppo e l’altro in solitario, entrambi mostranti elementi di trasformazione e mascheramento. Il secondo, spesso definito “Stregone”, è potenzialmente uno sciamano mascherato da animale, con attributi multipli (orecchie di cervo, occhi di civetta, barba umana, gambe in danza, coda di lupo o cavallo selvatico, zampe d’orso e organo sessuale sporgente). Queste raffigurazioni evocano l’idea di una ripetizione rituale di un archetipo fondativo legato alla fecondità e al cosmismo rituale.

La liturgia sciamanica emerge quindi come un servizio per il popolo confidato a un intermediary con potenze extraumane, capace di viaggiare tra i mondi e di mediare tra realtà umane e non umane. Generalmente, la concezione sciamanica si contrappone a visioni religiose occidentali come l’ebraico-cristiana, che hanno insistito sulla distanza ontologica tra l’uomo e l’animale, spesso promuovendo una gerarchia che ha reso l’animale “al servizio” dell’uomo. In molte culture dei cacciatori-pescatori, invece, l’animale può rivestire un ruolo quasi divino, iniziatico e protettivo.

Il testo di Bonifacio richiama inoltre una critica ai concetti occidentali di natura e cultura, invitando a considerare il protagonismo dello sciamano come mediatrice tra specie e tra mondi, oltre a un ripensamento della relazione uomo-natura secondo una prospettiva multinaturalista. Questo implica una rivalutazione della tradizione nativa nordamericana come restituente di una sapienza spirituale resiliente, a fronte di persecuzioni, genocidi culturali e repressioni spirituali che hanno segnato la storia coloniale.

Architettura circolare e simbolismo cosmico

La forma circolare presente in edifici di culto cristiani antichi non è solo una scelta estetica: esprime una concezione liturgica che mette in relazione il tempo terrestre con il tempo celeste, attraverso un dialogo tra l’anno platonico, il cielo intermedio e la dimensione angelica. Secondo alcune voci, il Concilio di Costantinopoli del 869 ha separato gli angeli dal loro cielo, e la triade corpo-anima-spirito è stata riformulata in corpo-anima o corpo-spirito, con conseguenze sull’architettura templare e sulla liturgia. In questa cornice, la pianta circolare viene vista come simbolo dell’unità perduta, secondo cui rimangono solo strutture a semicerchio come vestigia di un’unità mutila.

Il tema della circolarità si intreccia con il concetto di Terzo Occhio, che attraversa molte tradizioni religiose: i chakra in India, la Sephirot nella Cabala e la realtà del corpo sottile presente in molte tradizioni, dall’Egitto all’Islam sufí, fino alle tradizioni nordiche legate alle rune. Questa corporeità sottile viene descritta come un sistema di centri energetici che permette l’accesso a dimensioni invisibili e a stati di coscienza elevati. La ricerca di Bonifacio amplia queste connessioni tra simbolismo architettonico, cosmologia e pratica spirituale, proponiendo una lettura comparativa tra testi sacri e tradizioni religiose diverse.

La rinascita spirituale dei nativi nordamericani e il racconto di Bonifacio

Questo testo di Bonifacio esplora la rinascita spirituale dei nativi delle Grandi Pianure, con particolare attenzione agli Lakota-Sioux, mostrando come visione, sogno e ritualità custodiscano un sapere ancestrale capace di sfidare l’omologazione imposta dal Regno della quantità. L’opera intreccia testimonianze, analisi antropologiche, simboliche e documenti storici per raccontare una popolazione che non ha mai smesso di danzare, nonostante secoli di repressione e violenza culturale.

Oltre ai Lakota-Sioux, il libro invita al confronto tra etnia Ojibwà, Peul e Dogon, nonché i Aborigeni australiani, mostrando come tutte le declinazioni native presentino un complesso mito dell’Origine e una religione/metafisica di pari dignità a quelle delle cosiddette “religioni superiori”.

La sezione Architetture circolari tra tiempo y eternidad, integra inoltre una riflessione sull’uso della forma circolare per coniugare tempo terreno, tempo celeste e presenza degli angeli, offrendo un quadro di lettura che collega liturgia, architettura e cosmologia in un orizzonte di lunga durata.

Personaggi, trame e edizioni

Nel romanzo La storia spirituale dell’umanità, le radici della spiritualità si estendono dal Paleolitico fino alle rappresentazioni religiose giunte in Europa, Asia e Americhe, manifestate con simboli differenti ma analoghi. L’astronomia, o l’astrosophia, aiuta a interpretare gli orologi cosmici nascosti in piccoli oggetti d’osso o in megaliti simili a Stonehenge, presenti in Europa, Italia e altrove. Antonio Bonifacio è riconosciuto come laureato in storia religiosa antica e giurisprudenza; ha collaborato con riviste di settore e si concentra sulle modalità del sacro nelle diverse tradizioni religiose. Il mistero del popolo africano dei Dogon, con le loro conoscenze astrali legate al sistema stellare di Sirio, si collega a simboli della Tradizione primordiale e a una certa eredità egizia. Bonifacio propone una lettura critica delle dinamiche coloniali, in particolare in relazione all’“ierocidio” ed epistemicidio nel contesto delle popolazioni native, offrendo una lettura complessa che coniuga testimonianze e teorie per descrivere una rinascita culturale e spirituale che resiste al tempo.

Mapa de migraciones y pueblos nativos de América del Norte

INICIANDO EL RITUAL – CHAMANES HUNI KUIN – AMAZONIA BRASIL

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